“Amo ciò che è imperfetto, irregolare, rotto”: in mostra le opere di Vincenzo Mascoli

“Cosa siamo diventati, rispetto al grande flusso oggi dilagante? É questa, credo, la domanda di fondo che si pone Mascoli e su cui ci invita a riflettere, riconoscendo all’arte, la sua arte, una prerogativa speciale, la capacità di bloccare ciò che di per sé tenderebbe a essere un panta rei in continuo movimento e a lasciare segni sempre più labili nella nostra coscienza, individuale e collettiva.” É il critico d’arte e opinionista Vittorio Sgarbi a scrivere il testo critico che accompagna ‘Visions’, la mostra che l’artista pugliese Vincenzo Mascoli inaugurerà mercoledì 4 dicembre alle h 19 nei nostri spazi. 30 opere che rimarranno esposte fino al 4 febbraio e che attraverso ritagli di quotidiani, carta patinata delle riviste, loghi riconoscibili della pubblicità e una commistione esemplare tra parola e immagine, ritraggono la sua personale e sfaccettata visione del mondo, mediante un dialogo continuo con le reliquie della comunicazione visiva. Il medesimo fil rouge che contraddistinse gli artisti della “Pop Art”, movimento britannico che ha innalzato a effigie di se stesso la “Campbell’s Soup” di Andy Wharol, in cui marketing e vita quotidiana sono mescolati e resi irrimediabilmente inseparabili.

Ecco cosa ci ha raccontato l’artista a proposito della sua passione per l’arte, la scelta di farne un lavoro e la mostra che stiamo per ospitare.

Vincenzo, raccontaci qualcosa di te.
Sono ostinatamente irrequieto e curioso, mi affascina tutto ciò che è irregolare, folle, imperfetto, rotto.
Dopo essermi diplomato presso l’Istituto d’arte, ho poi frequentato l’Accademia in Scenografia, doppio biennio in Pittura e poi ho deciso di provarci, di crederci e vedere cosa il tempo mi riserva.

Dove nasce la tua passione per l’arte e la scelta di farne il tuo lavoro?

Non era scritto, ma forse non avrei fatto altro considerando che da piccolo dipingevo sui puzzle prestampati per poi ricomporli nuovamente. Mi piace pensare che per ognuno di noi ci sia un percorso, un destino e uno spazio.
Racconto storie fatte di pezzi e strappi di riviste patinate, smalti colorati premuti direttamente sulla tavola di pastelli e penne spezzate e ricomposte e di spatole che lasciano il segno. Nessun pezzo dei miei collage capita sulla tavola per caso, ogni pezzo, ogni strappo è il tassello di una storia da raccontare. Adoro cercare di organizzare il Caos e mi piace leggerci dentro.

Quali sono gli artisti che ti hanno ispirato e ti ispirano?
Amo moltissimi artisti, non ho preconcetti, mi piace anche molto associare artista e vita per coglierne l’essenza. Ogni artista racconta se stesso nel proprio contesto e credo che artisti come Michelangelo, Caravaggio, Picasso, Basquiat, Pollok, Rauschenberg, Bacon lo abbiano fatto in un modo unico. Sono solo alcuni dei quali si possono cogliere aspetti tecnici, creativi, artistici ed emotivi, che se analizzati hanno una trama che li unisce. Forse è tutto nella mia testa, ma li adoro particolarmente.

Dell’Arte contemporanea si dice spesso “Avrei potuto farlo io”, qual è il tuo parere a questo proposito?

Questo puntualmente accade ogni volta che si arriva secondi su un’idea percepita come geniale. Io invece adoro e sorrido sulle idee geniali o su concetti nuovi, non provo invidia anzi credo sia speranza per tutti. Un artista, se smette di essere geloso e invidioso delle idee degli altri, può solo migliorarsi. Perché? Ci si concentra su se stessi.
Bisogna smettere di pensare troppo e produrre, lavorare, sporcarsi le mani poi il tempo aiuta ad arrivare al punto in cui dici “Visto? L’ho fatto io’’, ma questo non deve essere un punto di arrivo, semmai il punto da cui ripartire per rimettersi nuovamente in gioco.

Fino al 4 febbraio esporrai 30 delle tue opere qui in Open. Cosa ci racconti di questa mostra?
È un percorso lunghissimo, fatto di opere prodotte in molti anni. Immagino le mie opere come foto/ritratti che emergono prepotenti da un collage caotico, freddo e impersonale, insomma uno spaccato della società attuale.
Visions racchiude in sè la mia personale visione del mondo in cui viviamo, un mondo fatto di ‘personaggi’ più che di persone. Infatti chi emerge è perché sa raccontarsi in maniera unica.
Ecco, io ho deciso di essere un mezzo.

Perchè hai scelto Open come location?

Adoro gli spazi non convenzionali che si rigenerano e che offrono sfaccettature diverse. Un luogo dove possiamo discutere di arte senza capirci nulla.

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